Le storie Tutto è fatidico e Le piccole sorelle di Eluria fanno parte della serie La Torre Nera. Nell'introduzione del libro, Kin...

tutto e fatidicoLe storie Tutto è fatidico e Le piccole sorelle di Eluria fanno parte della serie La Torre Nera.

Nell'introduzione del libro, King descrive lo strano metodo usato per ordinare le storie:


    « Quello che ho fatto è prendere tutte le picche da un mazzo di carte più il jolly. Dall'asso al re valgono da 1 a 13, il jolly è il 14. Ho mischiato le carte e le ho distribuite. L'ordine con cui sono uscite dal mazzo è diventato l'ordine delle storie. Ne è uscito un bilanciamento perfetto tra storie letterali ed orrore puro. Ho anche aggiunto una nota descrittiva prima o dopo ogni storia, a seconda di quello che credevo essere la miglior posizione. La prossima raccolta verrà ordinata con i tarocchi. »

 

Racconti contenuti.
    * Autopsia 4
    * L'uomo vestito di nero
    * Tutto ciò che ami ti sarà portato via
    * La morte di Jack Hamilton
    * La camera della morte
    * Le piccole sorelle di Eluria
    * Tutto è fatidico
    * La teoria degli animali di L.T.
    * Il Virus della Strada va a nord
    * Pranzo al "Gotham Cafe"
    * Quella sensazione che puoi dire soltanto in francese
    * 1408
    * Riding the Bullet - Passaggio per il nulla
    * La moneta portafortuna

Trame.

tutto e fatidico1


Autopsia 4
Howard Cottrell si risveglia da una qualche forma di incoscienza per scoprirsi legato ad un letto in una sala da autopsia. Mentre il medico si prepara ad iniziare, Howard lotta per cercare di uscire da quella situazione.
Dopo aver capito che non è morto, capisce di essere paralizzato, e cerca di far capire la situazione al dottore prima che questi inizi a tagliarlo.
Mentre prepara il corpo di Cottrell, il dottore di turno, Katie Arlen, nota delle ferite nella zona pubica. Mentre le osserva sbadatamente, un altro dottore arriva di corsa per informarla che Howard è ancora vivo. Katie guarda in basso - e vede sé stessa tenere il mano il suo pene rigido.
In una nota comica, Howard spiega che è stato forse morso da un serpente molto raro, che ha causato la paralisi simile alla morte. Un altro dei dottori trova il serpente nella sua sacca da golf e viene morso subito. Probabilmente verrà ricoverato. Howard aggiunge che lui e Katie si frequentano per un po', ma si lasciano per un problema in camera da letto: lui è impotente a meno che lei indossi i suoi guanti in lattice.

L'uomo vestito di nero.
La storia, ambientata nel 1914, parla di Gary, un contadino di nove anni, il cui fratello è morto da non molto tempo. Un giorno Gary va a pesca. Dopo essersi addormentato si risveglia trovando uno strano uomo vestito di nero davanti a lui. I suoi occhi sono completamente arancioni e puzza di cerini bruciati. L'uomo racconta a Gary cose terribili; che la madre è morta mentre lui era fuori, che il padre lo vuole rapire, che l'uomo intende mangiarlo. Gary all'inizio non ci crede, ma ben presto scopre che l'uomo è il diavolo in persona, e tenta di fuggire. Le cose dette dall'uomo erano false, ma Gary resterà ossessionato da quell'incidente per il resto della vita.


Tutto ciò che ami ti sarà portato via.
Un commesso viaggiatore arriva ad un Motel in Nebraska per suicidarsi perché "non può continuare a vivere come sta facendo". Ha una moglie, una figlia, ed un hobby: collezionare i graffiti che ha trovato durante i molteplici viaggi. Iniziò annotando gli scarabocchi sui muri che attiravano la sua attenzione senza ragione. Nella sua vita solitaria con, come unici compagni, miglia e miglia di strade vuote, quelle "voci nei bagni" diventarono i suoi amici; qualcosa cui pensare durante le lunghe guide, qualcosa di prezioso ed importante, qualcosa che gli parli. Quest'uomo decide che "un colpo in bocca è più semplice di qualsiasi cambiamento di vita", ma al lettore è lasciato il dubbio se eseguirà il suo piano perché sembra dipendere dal fatto che la sua raccolta andrebbe persa. La storia si chiude con l'uomo in piedi vicino al prato esterno del motel, pronto a lanciare il libro, ma tenendolo stretto, come tiene stretta la sua vita.


La morte di Jack Hamilton.
Scritto in prima persona, il narratore, un membro della gang di John Dilinger che rapinò la banca, Homer Van Meter, racconta della lenta, dolorosa morte del compagno Jack Hamilton. Van Meter inizia descrivendo la morte di Dilinger all'esterno del teatro per mano di un uomo di Melvin Purvis (cui si fa continuo riferimento come il nemico), così come accennando alla teoria secondo la quale il morto non fosse veramente Dilinger. Van Meter smentisce queste teorie, dicendo che il tutto è nato durante la sua testimonianza riguarda la morte di Jack Hamilton. Dopo essere fuggito da una sparatoria al Little Bohemia Lodge in Wisconsin, Hamilton fu colpito ad un polmone da un poliziotto che li inseguiva durante la fuga, il che gli causò una cancrena. Hamilton rifiutò di farsi curare da Joseph Moran; Van Meter e Dillinger lo portano a casa di Volney Davis e della sua ragazza Rabbits, due membri della gang, così come Arthur, il figlio di Ma. Il narratore non fornisce dettagli, perché l'uomo perde la ragione prima della agonizzante ma pietosa morte.

La camera della morte.
Fletcher, ex-reporter del New York Times, viene catturato dai membri di un governo sudamericano. La storia inizia quando viene portato nella "stanza della morte" dove capisce che i suoi rapitori, dopo averlo interrogato circa una sommossa comunista che sta appoggiando, non lo lasceranno uscire vivo dalla stanza, nonostante le loro promesse.
Durante l'interrogatorio, Fletcher tenta di rimanere calmo, e studia un piano disperato per salvarsi la vita che, con stupore, vede riuscire. Dopo aver ucciso i tre aguzzini, fugge dalla sala.


Le piccole sorelle di Eluria.
La storia narra di Roland di Gilead, la cui ricerca della Torre Nera è all'inizio; questi eventi precedono quelli descritti nella serie La Torre Nera, ma avvengono dopo le avventure di Roland a Mejis, descritte in La sfera del buio. Al tempo del racconto è accompagnato da un cavallo e sta già inseguendo l'uomo in nero. Sta decidendo se acquistare un nuovo cavallo, o un mulo; il che si ricollega all'inizio di L'ultimo cavaliere.
Roland ed il suo cavallo arrivano ad un villaggio nel deserto, Eluria, dove incontrano un cane che mostra una macchia a forma di croce nel pelo, mentre sta per mangiare un ragazzo morto. Roland lo allontana e, mentre guarda il corpo, trova un medaglione a forma di croce. Lo raccoglie e viene immediatamente attaccato ed immobilizzato da un gruppo di mutanti, risvegliandosi in un ospedale percorso da uno strano gruppo di suore. Si chiamano "Le piccole sorelle", usano piccole creature simili a scarafaggi chiamate "dottori" per curare i malati gravi. All'inizio sembrano gentili, ma Roland scopre pian piano che sono in realtà vampiri; tengono in vita i malati solo per poter avere sempre sangue a disposizione.
Il medaglione che Roland ha preso al ragazzo in città sembra essere una sorta di sacra protezione contro di loro. Nota un altro paziente vicino a lui con un medaglione simile, il fratello del morto. Le ferite di Roland si rimarginano, ma è troppo debole per fuggire a causa di alcune pozioni. Una delle sorelle, Sorella Jenna, rivela a Roland che si è unita involontariamente alle altre, e spera di uscire dal gruppo. Inizia a somministrare a Roland un'erba che contrasti con il potere debilitante della pozione, e riesce a fargli recuperare le forze finché sono pronti per evadere. Le altre sorelle scoprono i loro piani ed ingaggiano un mutante per levare il medaglione dal collo di Roland in modo da poterlo uccidere. Il mutante ruba il medaglione al paziente vicino squarciandogli la gola. La vista del sangue scatena nelle suore una fame inarrestabile, dando a Jenna e Roland l'opportunità di scappare. Le altre sorelle tentano di opporsi ma Jenna dimostra abilità nel comandare i dottori, che offrono un diversivo. La leader, Gran Sorella Mary, riesce a prevalere ma viene attaccata ed uccisa dallo stesso cane che Roland aveva incontrato in paese. Roland e Sorella Jenna si dichiarano amore, ma Jenna si trasforma in quello che potrebbe essere il suo stato naturale, un "dottore", mentre Roland sta dormendo.

Tutto è fatidico.
La storia è raccontata in prima persona da un diciannovenne che ha abbandonato gli studi, Dinky Earnshaw. Dinky spiega che ha trovato un nuovo lavoro. Era un impiegato al "Super Saver", un supermercato, dove lavorava con alcuni deficienti ed era oppresso da un bullo di nome Skipper. Ma ora Skipper è morto e Dinky ha un nuovo lavoro, dove i vantaggi principali sono che ha una casa ed una macchina proprie e qualsiasi cosa desideri, incluso CD non ancora usciti. Riceve anche un po' di soldi ogni settimana, forniti da qualcuno che li recapita nella sua buca delle lettere. Deve ricordarsi di distruggerli o buttarli alla fine della settimana. Nel suo solito modo terra-terra, King racconta i dettagli di questa situazione prima che venga posta la fatidica domanda: cos'è esattamente il lavoro, ed in che modo coinvolge un impiegato morto del supermarket?
Dinky Earnshaw apparirà in seguito nella serie La Torre Nera.


La teoria degli animali di L.T.
La storia è raccontata da un operaio che riporta una racconto fatto da L.T., un collega che rievoca i problemi del proprio matrimonio, attribuiti agli animali domestici acquistati da lui e dalla moglie. La moglie compra per L.T. un cane che lo odia da subito mentre si affeziona alla moglie. Contemporaneamente L.T. acquista un gatto per la moglie che si comporta nel modo opposto. La storia fornisce un interessante studio dei personaggi, fatto dal loquace L.T. e rivela uno strano giro di sangue.


Il Virus della Strada va a nord.
La storia segue uno scrittore horror, Richard Kinnell, mentre guida verso casa nel Maine. Lungo la strada, incontra una svendita da giardino, dove nota e viene catturato da un bizzarro dipinto di un uomo che subisce un incidente da qualche parte. La tela, apparentemente intitolata Il Virus della Strada va a nord, fu dipinto da un genio incompreso che bruciò tutte le altre sue opere prima di suicidarsi, lasciando un nota in cui diceva che non poteva vivere sapendo cosa gli stava per succedere. Kinnell lo compra subito dalla donna che tiene la vendita.
Mentre viaggia verso nord, si ferma a casa di una zia per mostrarle l'opera... e vede che alcuni particolari nel disegno sono cambiati. All'inizio non ci fa caso pensando di averlo esaminato troppo velocemente, ma si accorge ben presto che è in continua metamorfosi. Disorientato da questo fatto, si libera della tela in un'area di sosta.
Arrivato a casa, scopre con orrore che il dipinto lo ha in qualche modo seguito, e pende dal suo muro. È cambiato di nuovo; ora mostra le conseguenze sanguinose nel giardino in cui ha acquistato il dipinto. Sente al notiziario che la donna è stata brutalmente uccisa. Capisce che l'uomo del disegno in qualche modo esiste, ed ogni volta che il disegno cambia lo mostra sempre più da vicino. Kinnel accende il camino, e vi butta il dipinto. Sperando di averlo distrutto per sempre, decide di farsi una doccia, dove sviene ed ha un incubo riguardo alle varie cose successe nella giornata.
Quando si risveglia, capisce che l'uomo del dipinto sta camminando in casa sua. Tenta di fuggire ma inciampa, ed il quadro lo cattura.


Pranzo al "Gotham Cafe".
Steve Coslaw, rientrando a casa, trova una lettera della moglie, Diane, che annuncia di voler divorziare. Si deprime, soprattutto perché la fuga di Diane lo sollecita a smettere di fumare, causandogli astinenza da nicotina. L'avvocato di Diane, William Humboldt, chiama Steve organizzando un incontro per pranzo al Gotham Café con i due coniugi. L'avvocato non si presenta all'appuntamento a causa di una crisi familiare.
Prima di entrare nel Café, Steve compra un ombrello. Appena entrato incontra il maître, Guy, che parla di un cane. Quando Steve tenta di riaccendere la fiamma con Diane, le cose crollano. Il maître si ripresenta, ubriaco fradicio, cantando "Eeeee!" (vedi la storia della morte del Re Rosso nella serie La Torre Nera) ed accoltellando Humboldt alla testa con un coltello. Steve lo colpisce con l'ombrello, ma Guy insegue lui e Diane in cucina e, dopo aver ucciso il cuoco, tenta di continuare l'opera. Diane crede di veder morire Steve, ma lui è ancora in grado di fermare Guy rovesciandogli addosso dell'acqua bollente e colpendolo con una padella.
Dopo la fuga finale dal Café e da Guy, Steve non riesce a riconquistare Diane, e lei se ne va. Mentre Steve si siede sul selciato guardando la ambulanze arrivare, pensa alla vita privata di Guy ed alla natura della sua follia.

Quella sensazione che puoi dire soltanto in francese.
Bill e Carol Shelton stanno volando su un jet privato, diretti verso una vacanza su Captiva Island. Carol ha una serie di deja-vu di incidenti e persone che ben presto conoscerà. Ogni deja-vu mostra sempre più una qualche tragedia che coinvolge un uomo di nome Floyd. Alla fine della storia, Floyd viene mostrato e l'orrore dei deja-vu è lontano solo pochi secondi.


1408.
Mike Enslin è uno scrittore che pubblica lavori basati su posti infestati da fantasmi. Ha scritto tre best sellers nella serie - "Dieci notti in dieci case infestate", "Dieci notti in dieci cimiteri infestati" e "Dieci notti in dieci castelli infestati". Arriva all'hotel Dolphin sulla 66ma strada di New York durante la stesura del prossimo libro, "Dieci notti di dieci camere d'hotel infestate". Il cocciuto Enslin deve lottare con il direttore dell'hotel, Mr.Olin, per poter avere accesso alla famigerata camera 1408, visto che Mr.Olin ha molti dubbi riguardo al permettere a chiunque (soprattutto a gente scettica come Enslin) di utilizzarla. Enslin minaccia di utilizzare il proprio avvocato pur di averne accesso, ed alla fine ne esce vincitore.
Secondo il volere di Olin, la stanza 1408 non è stata affittata per oltre venti anni. È ancora arredata con i vecchi mobili, in contrasto con lo stile moderno del resto dell'hotel visto che, come dice il proprietario, "sono sicuro che nessun dispositivo funzioni. Gli orologi digitali non si muovono, stessa cosa per calcolatrici o telefonini".
Durante lo spostamento dall'ufficio di Olin all'ascensore, Olin racconta la storia più recente della stanza - il perché è stata eliminata dalle stanze disponibili nell'albergo; perché usa solo gemelli o coppie di parenti stretti per pulire la stanza; ed elenca i numerosi morti nella stanza: 12 suicidi e 30 morti naturali nell'arco di 68 anni. Enslin è scioccato ma scettico, ed è determinato a continuare la ricerca.
I problemi iniziano prima ancora di aprire la stanza; crede che la porta sia storta. Controlla ancora ma ora sembra dritta; ricontrolla ed è di nuovo storta, ma a destra.
Appena entra esamina la stanza, dettando tutto al registratore portatile, i pensieri cominciano a diventare offuscati. Passaggi descrittivi della storia raccontano l'esperienza di Enslin, simile ad un'allucinazione (il menu della colazione cambia lingua e diventa l'immagine di un ragazzo mangiato da un lupo, immagine che appare e si trasforma sul muro, i piedi affondano nel tappeto come nel fango). Terrorizzato, Enslin tenta di uscire dalla stanza ma la porta non si apre. Prova a chiamare la reception ma sente una voce forte, gracchiante che inizia a contare: " "Questo è il nono! Questo è il decimo! Dieci! Abbiamo ucciso i tuoi amici! Ogni amico è morto! Questo è il sesto! Sei!"
Enslin guarda con orrore la stanza che sembra sciogliersi davanti a lui e sente una presenza arrivare. Guidato dall'istinto, da fuoco alla sua maglietta con una scatola di cerini. In mezzo alle fiamme, esce dalla porta che ora è sbloccata. Per pura fortuna si salva mentre un altro ospite dell'hotel arriva con un secchio d'acqua; l'ospite spegne il fuoco e salva Enslin, nonostante continuerà a soffrire problemi di salute, paranoia ed incubi relativi alla sua esperienza nella 1408. Lascia la redditizia carriera (nonostante le proteste del suo agente) e si ritira in una casa sulla spiaggia, completamente isolato dalla società.
Da questo racconto è stato tratto il film "1408" diretto nel 2007 dal regista svedese Mikael Håfström, con John Cusack e Samuel L. Jackson.

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Riding the Bullet - Passaggio per il nulla.
La storia descrive Alan Parker, uno studente universitario che cerca la sua strada nella vita. Riceve una telefonata che lo informa dell'ictus che ha colpito la madre, notizia terribile visto che era la persona più vicina al suo cuore (il padre morì quando era piccolo e così si trovo da solo con sua madre contro il mondo). Senza una macchina, deve fare l'autostop fino all'ospedale per vederla.
All'inizio viene aiutato da un bizzarro anziano con una puzza che convince Alan a continuare a piedi. Questo lo porta nei pressi del cimitero, dove trova la lapide di un uomo di nome George Staub. Il fato fa in modo che il prossimo uomo ad aiutare Alan sia lo stesso George Staub.
Durante il viaggio, George ricorda ad Alan dell'otto volante che, da bambino, ha sempre temuto: il Proiettile a Laconia, New Hampshire. Dice ad Alan che deve fare la scelta più difficile della sua vita: George porterà Alan o sua madre con sé nell'aldilà e, prima di raggiungere l'ospedale, Alan dovrà decidere chi. In un momento di paura, Alan salva sé stesso e lascia che George prenda la madre.
George spinge Alan fuori dall'auto, all'esterno del cimitero da cui erano partiti. Tutto quello che gli resta di George è una spilla ("ho corso sul Proiettile al Thrill Village a Laconia" si legge), ma quando Alan raggiunge l'ospedale, la madre è ancora viva. Non morirà per molti anni a venire, ma quando alla fine lo farà, lui si sentirà ancora colpevole.


La moneta portafortuna.
Darlene Pullen è una ragazza madre con due bambini (un'adolescente ribelle ed un figlio minore smidollato) ed uno schifoso lavoro da domestica. Dopo aver scoperto che la propria mancia è una sola "moneta portafortuna", la usa per un piccolo gioco d'azzardo e scopre che funziona un po'. Al casinò locale, tenta la fortuna col nichelino, vince e, nel giro di poco tempo, guadagna centinaia di dollari. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi ...
... smette di fantasticare e si ritrova nella solita camera d'albergo, con il mano la moneta. Quando i due ragazzi le fanno visita sul lavoro, permette al figlio di avere la moneta e, non appena inizia a giocare, vince come Darlene aveva immaginato.
Curiosità
Nel romanzo La casa del buio, quando Jack Sawyer torna nei Territori, incontra Sophie proprio nella tenda-ospedale de "Le Piccole Sorelle". Sophie informa Jack che si trova in questa specie di "ospedale ambulante" gestito da "Le Piccole Sorelle" che non sono poi altro che una specie di vampiri assetati di sangue. Questo lascerebbe intuire che I Territori conosciuti da "Jack Viaggiante" ne Il talismano e il suo seguito La casa del buio sono il mondo di Roland di Gilead descritto nella serie La Torre Nera se non fosse che Sophie dice anche che "l'ospedale è ambulante in questo e in altri mondi", riprendendo così il concetto dei mondi paralleli descritto proprio nella serie della La Torre Nera.
Edizioni
    * Stephen King, Tutto è fatidico, collana Narrativa, traduzione di Tullio Dobner

fonte: wikipedia

Introduzione.

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 Praticare un'arte (quasi) perduta.
Ho scritto più volte del piacere di scrivere e, dopo tanti anni, non vedo il motivo di proporvi una minestra riscaldata, ma ho una confessione da farvi: mi interesso anche all'aspetto com­merciale del mio lavoro, con quell'entusiasmo un po' esagera­to tipico dei dilettanti. Mi piace giocarci, tentare una sorta di impollinazione incrociata tra i media, andare oltre i limiti. Ho provato a scrivere romanzi-sceneggiature (La tempesta del se­colo, la miniserie TV Rose Red), romanzi a puntate (// Miglio Verde) e romanzi a puntate su Internet (The Plant). Non l'ho mai fatto per guadagnare di più e nemmeno con la precisa in­tenzione di creare nuovi mercati: ho sempre cercato di vede­re sotto prospettive diverse la pratica, l'arte e la tecnica della scrittura, rinnovandone il processo e rendendo così i risultati - le storie, in altre parole - il più possibile originali.
Nella riga sopra avevo iniziato a scrivere: «... rendendo co­sì [le storie] sempre nuove», ma poi ho cancellato la frase per onestà.
Suvvia, andiamo, signore e signori, chi posso prende­re in giro dopo tanti anni, se non forse me stesso? Ho venduto il mio primo racconto a ventun anni, prima ancora di finire il college. Adesso ne ho cinquantaquattro e ormai ho macinato una bella quantità di parole grazie al computer/word proces­sor da un chilo e qualcosa su cui appoggio il berretto dei Red Sox. È da molto tempo che per me la pratica della scrittura non è più una novità, ma non per questo ha perso il suo fascino. Eppure, se non trovassi il modo di renderla sempre fresca e interessante, diventerebbe stanca e ammuffita in un attimo. Non voglio che succeda, perché non voglio ingannare chi leg­ge quello che scrivo (e cioè te, caro Fedele Lettore), e nem­meno me stesso. Dopotutto qui siamo in due. Abbiamo un ap­puntamento. Dovremmo divertirci. Dovremmo ballare.
Tenendo a mente tutto questo, ecco un'altra storia. Allora, io e mia moglie abbiamo due stazioni radio: WZON-AM, un canale sportivo, e WKIT-FM, che propone rock classico («il rock di Bangor», diciamo noi). Quello radiofonico è un setto­re difficile di questi tempi, soprattutto in un mercato come Bangor, dove ci sono troppe stazioni e non abbastanza ascol­tatori. Si possono ascoltare il country contemporaneo, il country classico, i grandi successi del passato, i programmi di grossi personaggi. Le stazioni di Steve e Tabby King erano in rosso ormai da anni: non di molto, ma quanto bastava per in­fastidirmi. A me piace vincere, capite, e anche se avevamo successo negli ARB (gli indici d'ascolto Arbitron), alla fine dell'anno i conti non quadravano mai. Mi avevano spiegato che le entrate pubblicitarie sul mercato di Bangor erano insuf­ficienti, che la torta era stata divisa in troppe fette.

Così mi è venuta un'idea. Ho pensato di scrivere uno sce­neggiato radiofonico, come quelli che ascoltavo con mio non­no a Durham, nel Maine, mentre io crescevo (e lui invecchia­va). Uno sceneggiato per Halloween, buon Dio! Ovviamente conoscevo La guerra dei mondi, la famosa, o famigerata, tra­smissione proposta per Halloween da Orson Welles nel suo programma The Mercury Theatre. Con grande presunzione (una presunzione davvero geniale), Welles aveva trasformato il classico racconto di un'invasione scritto da H.G. Wells in una serie di notiziari e servizi radiofonici. E aveva funzionato. Aveva funzionato così bene da scatenare il panico in tutta l'A­merica e da costringere Welles (Orson, non H.G.) a scusarsi pubblicamente durante la puntata successiva. (Scommetto che l'aveva fatto con il sorriso sulle labbra.Io di certo avrei sor­riso, se fossi riuscito a creare una menzogna così forte e con­vincente.)
Credevo che quello che aveva funzionato per Orson Welles avrebbe funzionato anche per me. Invece di iniziare con musi­ca da ballo, come lo sceneggiato di Welles, il mio sarebbe in­cominciato con Ted Nugent che miagolava Cai Scratch Fever. Poi si inserisce un annunciatore, uno dei nostri «artisti dell'e­tere» (nessuno li chiama più deejay). «Vi parla J.J. West, per il notiziario di WKIT», dice. «Sono nel centro di Bangor, do­ve un migliaio di persone affollano Pickering Square con gli occhi fissi su un oggetto volante, un grande disco argenteo di­retto verso terra... Un momento, se sollevo il microfono forse I riuscite a sentirlo.»
E da lì sarebbe nato tutto il resto. Potevamo usare le nostre  apparecchiature per creare gli effetti sonori, scritturare attori dilettanti della zona per interpretare i vari ruoli, e sapete qual è la cosa più bella? La cosa più bella di tutte? Potevamo registrare lo sceneggiato e venderlo alle stazioni di tutti gli Stati  Uniti. I proventi, riflettevo (e il mio commercialista era d'accordo), sarebbero rientrati nella categoria «utile della stazione radiofonica» invece che «utile da diritti d'autore». Era un modo per compensare la mancanza di introiti pubblicitari, e forse alla fine dell'anno le due stazioni avrebbero chiuso in attivo!  L'idea dello sceneggiato radiofonico mi entusiasmava, con pure la prospettiva di contribuire a risollevare le finanze le mie stazioni prestando la mia abilità di scrittore alla radio. E poi cos'è successo? Non ci sono riuscito, ecco che co­sa. Ho provato e riprovato, ma tutto quello che scrivevo alla  fine somigliava a una narrazione. Non a uno sceneggiato, a una di quelle storie che si svolgono a poco a poco nella mente ha l'età per ricordare certi programmi radiofonici come Suspense e Gunsmoke capirà cosa intendo), ma a qualcosa di simiile a un libro su cassetta. Sono sicuro che avremmo conmunque potuto vendere lo sceneggiato ad altre stazioni, rica­vandoci qualche soldo, ma sapevo che non avrebbe avuto successo.
Era noioso. Gli ascoltatori si sarebbero sentiti im­brogliati. Aveva qualcosa che non andava, e non sapevo come rimediare. Scrivere sceneggiati radiofonici, secondo me, è un'arte perduta. Abbiamo perso la capacità di vedere con l'u­dito, anche se un tempo ce l'avevamo. Una volta, ricordo, mi bastava sentire un rumorista picchiettare con le nocche su un pezzo di legno cavo per vedere Matt Dillon avvicinarsi al bancone del Long Branch Saloon con indosso i suoi stivali polverosi, chiaro come il sole. Ora non più. Quei tempi sono passati.
Scrivere opere teatrali in stile shakespeariano - commedie e tragedie in versi sciolti - è un'altra arte perduta. La gente va ancora a teatro per assistere alle rappresentazioni universitarie di Amieto e Re Lear, ma diciamoci la verità: quanto successo credete che avrebbero in tivù queste tragedie contro un quiz o un programma come Survivor, anche se Amieto fosse inter­pretato da Brad Pitt e Polonio da Jack Nicholson? E per quan­to ci sia ancora chi va a vedere monumenti del teatro elisabettiano come Re Lear o Macbeth, l'apprezzamento di una forma d'arte dista anni luce dalla capacità di creare un nuovo esempio di quella forma d'arte. Di tanto in tanto c'è chi cerca di produrre uno spettacolo in versi sciolti, a Broadway oppure off-Broadway. Finisce inevitabilmente per fallire.

La poesia invece non è un'arte perduta. La poesia gode di li ottima salute. Certo, c'è sempre il solito branco di idioti (co­me amavano definirsi gli autori della rivista Mad) che si nasconde  nella massa, gente che confonde la pretenziosità con il io, ma ci sono anche molti che esercitano quest'arte in maniera brillante. Se non mi credete, date un'occhiata alle riviste letterarie nella libreria più vicina. Ogni sei poesie scadenti ne troverete un paio davvero buone. E questo, ve lo garantisco, è un rapporto decisamente accettabile tra gemme e spazzatura.
Anche l'arte del racconto non è perduta, ma a mio parere è ben più vicina della poesia al baratro dell'estinzione. Quando ho venduto il mio primo racconto, nel deliziosamente lontano 1968, lamentavo già la progressiva contrazione del mercato: le riviste pulp erano scomparse, le raccolte erano in crisi, i settimanali (come il Saturday Evening Posi) stavano moren­do. Negli anni successivi ho assistito all'inarrestabile riduzione del mercato dei racconti.
Che Dio benedica le piccole rivi­ste in cui i giovani scrittori possono ancora pubblicare le loro opere, che benedica i redattori che ancora leggono le pile di manoscritti inviati dagli aspiranti autori (soprattutto dopo il I panico da antrace post 11 settembre), e che benedica anche gli editori che di tanto in tanto approvano ancora la pubblica­zione di una raccolta di racconti inediti: ma Dio non ci metterebbe un giorno intero per benedirli tutti, e nemmeno la Sua pausa caffè. Gli basterebbe una decina di minuti. Ormai sono rimasti in pochi, e ogni anno ce n'è qualcuno di meno.
La rivista Story, un punto di riferimento fondamentale per i giovani scrittori (me compreso, anche se non vi ho mai pubblicato ninte), ha ormai chiuso i battenti. Ha chiuso anche Amazing Stories, nonostante i numerosi tentativi di riportarla in vita. Sono scomparsi alcuni interessanti periodici di fantascienza Vertex, e, certo, anche le riviste horror come Creepy e Eerie.
Queste magnifiche riviste non esistono più da molto. Ogni tanto qualcuno cerca di riportarle in vita: mentre scrivo, Weird Tales attraversa, arrancando, una di queste fasi. In genere, questi tentativi falliscono. È un po' come per le i teatrali in versi sciolti, che debuttano e chiudono in me-un batter d'occhio. Non si può riportare in vita quello I è Scomparso. Quello che è perduto è perduto per sempre. |iNel corso degli anni ho continuato a scrivere racconti, in perché di tanto in tanto mi vengono ancora in mente del successo, Chi ha spostato il mio formaggio? e basta. Non ho tempo, mi devo sbrigare, ho un infarto in programma fra circa quattro anni, voglio arrivarci con il fondo d'investimen­to in perfetto ordine.
Quando «Riding thè Bullet» è stato pubblicato come e-book (con tanto di copertina e logo della Scribner), è cambia­to tutto. La gente ha iniziato ad assediarmi nelle sale d'attesa degli aeroporti, persino in quella della stazione di Boston. Mi fermavano anche per strada. Per un periodo, ho rifiutato le of­ferte di partecipare a tre talk-show al giorno, una media da brivido. Sono persino finito sulla copertina di Time, e il New York Times ha pontificato più volte sull'apparente successo del racconto e sull'apparente fallimento del suo cybersucces-sore, The Plant. Buon Dio, sono finito sulla prima pagina del Wall Street Journal. Senza accorgermene, ero diventato un magnate dei media.
Ma cos'era che mi faceva impazzire?
Perché mi sembrava tutto senza senso? Il fatto era che nessuno si interessava al racconto. Accidenti, non mi domandavano niente di «Ri­ding», e sapete una cosa? È davvero bello, ve lo dico io. Sem­plice ma emozionante. Raggiunge lo scopo. Se esso (o uno qualsiasi di questa raccolta) vi ha spinto a spegnere il televi­sore, per quanto mi riguarda è un grande successo.
Invece, dopo l'uscita di «Riding thè Bullet», gli uomini in giacca e cravatta volevano sapere solo una cosa: «Come va? Vende bene?» Come spiegare che non me ne fregava proprio un cacchio di come andava sul mercato, che quello che mi im­portava era l'effetto che aveva sul cuore dei lettori? Aveva successo? Era un fallimento? Faceva correre un brivido lungo la schiena? Provocava quel piccolo frisson che è la vera ra­gion d'essere di ogni storia di paura? A poco a poco mi sono reso conto di assistere a un altro esempio di declino creativo, a un altro passo nella direzione che forse conduce davvero all'estinzione.

C'è qualcosa di strano e di decadente nell'apparire sulla copertina di una grande rivista solo per aver immes­so sul mercato un prodotto in maniera alternativa. Ed è ancora più strano rendersi conto che forse i lettori erano molto più in­teressati alla novità del formato elettronico che non al conte­nuto. Voglio davvero sapere quanti dei lettori che hanno scari­cato «Riding thè Bullet» lo hanno poi letto? No. Credo che potrei restarne molto deluso.
Forse in futuro è editoria elettronica e finirà per imporsi, o forse no: a me non importa un fico secco, credetemi. Per me, scegliere quella strada è stato solo un altro modo di restare pienamente coinvolto nel processo di scrivere storie e di farle arrivare a quante più persone possibile.
Scrivere racconti non è così facile come leggerli. In questo libro ce  ne sono solo due - quello che da il titolo alla raccoltae la "Teoria degli animali di L.T. » - che non mi hanno richiesto uno sforzo molto più grande del risultato relativamente che ho ottenuto. Eppure credo di essere riuscito a mantenere  fresca la scrittura, almeno per me, soprattutto perchè rifiuto di  lasciar passare un anno senza scrivere almeno un paio racconti.
Non è come andare in bicicletta, ma piuttosto come in pale­stra: o ci si tiene allenati o si perde tutto.

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Nel giorno di San Valentino del 1989, Vina Apsara, cantante dalla voce irre­sistibile e leggenda vivente del rock, scompare in Messico duran...

la_terra_sotto_i_suoi_piediNel giorno di San Valentino del 1989, Vina Apsara, cantante dalla voce irre­sistibile e leggenda vivente del rock, scompare in Messico durante un vio­lento terremoto.

Comincia così il nuovo romanzo di Salman Rushdie, che da quell'evento torna indietro qualche decennio per ripercorrere la storia di Vina e di Ormus Cama, lo straordinario musicista con cui Vina ha condiviso l'amore, l'uomo che l'ha più volte per­duta e ritrovata nel corso di una folgo­rante carriera.

La loro è la storia di un amore che li insegue per tutta la vita, e oltre la morte. A raccontarcela è Rai Merchant. un fotografo, amico d'infan­zia di Ormus e, per qualche tempo, anche amante di Vina. Pieno di storie e di personaggi, il suo racconto attra­versa i grandi miti degli ultimi decenni, trasportandoci da Bombay a Londra e a Manhattan, mentre la sua voce si carica di rabbia e di saggezza, d'ironia e d'amore. Moderne divinità, figure esemplari della mitologia contempora­nea, Vina e Ormus incarnano le gran­di eccitazioni che hanno caratterizzato la nostra epoca, l'esplosione della musica rock, il pop e i sogni della con­trocultura, sulla scena di un mondo che conosce l'incertezza, dove la terra comincia a tremare.

Romanzo d'inten­sa forza creativa, La terra sotto i suoi piedi è il libro forse più ambizioso di Salman Rushdie, che trova nella musi­ca pop il linguaggio capace di attraver­sare tutte le culture. E che ci offre una straordinaria rilettura del mito di Orfeo ed Euridice in cui la lingua della poesia si unisce al gergo del rock per rappre­sentare, nella loro sublime indetermi­natezza e molteplicità, le passioni e le inquietudini del nostro tempo.

Il giovane, pavoneggiandosi, si era presentato e aveva co­minciato a farle la corte, ma lei non voleva conoscere né il suo nome né l'ammontare del suo conto in banca. Lo aveva colto come un fiore e ora voleva metterselo tra i denti, lo ave­va ordinato come il piatto di una rosticceria e ora lo spaven­tava con la ferocia del suo appetito, perché prese a divorarlo nell'istante in cui si chiuse la portiera della limousine, prima ancora che l'autista avesse il tempo di alzare la parete diviso­ria che assicurava ai passeggeri la loro intimità. Successiva­mente lui, lo chauffeur, mostrò grande rispetto per il corpo nudo della star, e mentre i giornalisti lo riempivano di tequi­la parlò sommesso della sua avida e rapace nudità come di un miracolo: chi avrebbe mai pensato che aveva più di quarant'anni? Immagino che qualcuno, lassù, volesse proprio conservarla com'era. Avrei fatto qualunque cosa per una donna simile, gemette lo chauffeur, sarei andato a duecento chilometri l'ora se quello che voleva era la velocità, per lei mi sarei schiantato contro un muro di cemento se il suo deside­rio fosse stato di morire.
Solo quando uscì nel corridoio all'undicesimo piano dell'al­bergo, semivestita e confusa, inciampando nei giornali non ancora ritirati, i cui titoli sui test nucleari francesi nel Pacifico e sui disordini politici nella provincia meridionale del Chiapas le sporcarono le piante dei piedi nudi con il loro inchiostro ur­lante, solo allora Vina si rese conto che la suite appena abbandonata era la sua: aveva chiuso la porta e non aveva la chiave; e fu una fortuna, per lei, in quel momento di vulnerabilità, che andasse a sbattere proprio contro il sottoscritto: Umid Merchant, fotografo, altrimenti detto Rai, il suo - diciamo pure -grande amico dai tempi ormai lontani di Bombay, e l'unico pa­parazzo nel raggio di mille miglia che non si sarebbe mai so­gnato di fotografarla in un disordine così scandaloso e gradi­to, mentre era ancora momentaneamente frastornata e - cosa peggiore - mentre mostrava tutti i suoi anni; l'unico ladro d'immagini che non le avrebbe mai rubato quell'espressione Stanca e braccata, né lo sguardo spaurito di quegli occhi lacri­mosi e indiscutibilmente gonfi, né la massa arruffata di capelli Crespi tinti di rosso che le ondeggiava sopra la testa in un ciuffo da picchio, né la bocca, ancora bella, ma tremula e incerta, con i piccoli fiordi degli anni spietati sempre più profondi agli angoli delle labbra. Il vero e proprio archetipo della dea f del rock a metà della strada che portava verso la desolazione e I la rovina. Aveva deciso di cambiare il colore dei capelli per I questa tournée perché a quarantaquattro anni voleva la rivincita, una carriera tutta sua, senza di Lui: per la prima volta in tanti anni si era messa in viaggio senza Òrmus; dunque non l'era da meravigliarsi se per la maggior parte del tempo era confusa e disorientata. Confusa, disorientata e sola. Bisogna conoscerlo. Vita pubblica o vita privata, la verità è che non [C'è nessuna differenza: quando non era con lui, non contava Icon chi fosse, era sempre sola.
Disorientamento: perdita dell'Oriente. E di Ormus Cama, il suo sole.
Non che fosse stato un vero colpo di fortuna avere incontrato me. Io per lei c'ero sempre. Sempre in cerca di lei, sempre in attesa che lei mi chiamasse. Saremmo stati decine, centinaia, migliaia, se Vina l'avesse voluto. Ma sono convinto Che c'ero solo io. E l'ultima volta che chiese aiuto non fui in grado di darglielo, e lei morì. Finì a metà della storia della sua vita: una canzone incompiuta abbandonata a metà, privata del diritto di seguire le strofe della sua vita fino al per­fetto componimento finale.

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Fra tutte le leggende nate attorno alla figura ed all'opera di Lovecraft, la piò perisistente -e tutt'ora viva - è quella legata all...

Necronomicon3Fra tutte le leggende nate attorno alla figura ed all'opera di Lovecraft, la piò perisistente -e tutt'ora viva - è quella legata all'esistenza del Necromicon,

l'infame libro scritto dal folle arabo Abdul Alhazred che contiene le formule ed i riti grazie ai quali è possibbile richiamare, dai loro obbrobriosi intermundia, le oscene divinità che fanno di sfondo ai racconti raggruppati nel Ciclo dei "Miti di Cthulhu", un libro la cui lettura ingenera negli incauti la follia, o li proietta verso destini ancora peggiori.

La notte s'apre sull'orlo dell'abisso

Le porte dell' Inferno sono chiuse:

A tuo rischio le tenti. Al tuo richiamo

Si desterà qualcosa per risponderà.

Questo regalo lascio ali' umanità:

Ecco le chiavi.

Cerca le serrature; sii soddisfatto.

Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred:

Per primo io le ho trovate: e sono matto.

(dalla Prefazione al Necromnmicon)

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Inutilmente Lovecraft si affannò a spiegare - nelle sue lettere -che tanto il sinistro volume quanto il suo autore non esistevano, essendo unicamente frutto della sua fantasia: la maggioranza dei lettori credete (e quanto sembra, continua a credere) alla reale esistenza del testo maledetto maledetto.

Per la verità fu lo stesso Lovecrafi a dare inizio al gioco, scrivendo (non con intenzioni di pubblicazione, ma come scherzo a benefìcio degli amici e corrrispondenti più intimi) una breve «storia editoriale" del Necromicon, che ebbe immediatamente una vasta diffusione fra gli appassionati  del Fantastico, ottenendo una fama ben al de là delle intenzioni del suo autore.

Storia e cronologia del Necronomicon.

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Il titolo originale dell'opera è Al Azif: «Azif» è l'allocuzione per indicare gli strani suoni notturni (dovuti agli vano essere l'ululato dei dèmoni. Alhazred, un poeta folle di Sanaa, capitale dice sia vissuto nel periodai dei Califfi Om-tecolo dopo Cristo. Fece molti misteriosi pelle-di Babilonia e le catacombe segrete di Menfì, m completa solitudine nel grande deserto del-u Raba El Khaliyeh, o «Spazio vuoto» degli « Datela, o «Deserto Cremisi» dei moderni, ritenuto dimora di spiriti maligni e mostri mortiferi. Di questo deserto coloro che pretendono di averlo attraversato, narrano molte strane ed incredibili meraviglie.

Nei suoi ultimi anni Alhazred abitò in Damasco, dove venne scritto Al Aziij e del suo trapasso o scomparsa (nel 738 d. C.) si raccontano molti particolari terribili e contraddittori. Riferisce Ibn Khallikan (un biografo del dodicesimo secolo), che venne afferrato in pieno giorno da un mostro invisibile e divorato in maniera ag­ghiacciante di fronte ad un gran numero di testimoni gelati dal terrore.

Anche la sua follia è oggetto di molti racconti. Egli affermava di aver visitato la favolosa Irem, la Città dalle Mille Colonne, e di aver trovato fra le rovine di un innominabile villaggio desertico le straor­dinarie cronache ed i segreti di una razza più antica dell'umanità. Non seguiva la religione musulmana, ma adorava delle Entità sconosciute che si chiamavano Yog e Cthulhu.

Intorno all'anno 950,  l'Al Azif che era stato diffuso largamente, anche se in segreto, tra i filosofi dell'epoca, venne clandestinamente tradotto in greco dall'erudito bizantino Teodoro Fileta, col titolo Necronomicon, cioè, letteralmente: «Libro delle leggi che gover­nano i morti».

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Per un secolo favorì innominabili esperienze, finché non venne soppresso e bruciato intorno al 1050 dal vescovo Michele, patriarca di Costantinopoli. Dopo di ciò il suo nome fu solo furtivamcntt sussurrato ma, nel tardo Medioevo (1228), il danese Olaus Wor* mius ne fece una traduzione latina, basata sulla versione greca Fileta, che vide la stampa due volte: una alla fine del quindiccsit secolo, in caratteri gotici (evidentemente in Germania); poi diciassettesimo (probabilmente in Spugna).

Entrambe le edizioni sono prive di qualsiasi segno di identij zione, e possono essere localizzate nel tempo e nello spazio solo base a considerazioni riguardanti il tipo di stampa.
La leggenda del «Libro Maledetto»

La traduzione in inglese fatta dal dottor John Dee intorno al 1580, non venne mai stampata, ed esiste solo in alcuni frammenti riaviati dal manoscritto originale

Delle versioni latine attualmente esistenti, una (del quindicesimo secolo) è custodita nel British Museum, mentre un'altra (del diciasettesimo secolo) si trova nella Bibliothèque Nationale a Parìgi. Tre edizioni del diciassettesimo secolo sono nella Widener Li-ad Harvard, nella biblioteca della Miskatonic University ad e presso l'università di Buenos Aires.
Comunque esistono nente numerose altre copie presso dei privati, ed in proposito i con insistenza la voce che un esemplare del testo in caratte­ri del quindicesimo secolo faccia parte della collezione privata di un celebre miliardario americano.

Copie custodite:

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· Il British Museum custodisce nei suoi archivi riservati una copia del testo in caratteri gotici, completo (XV sec).
· Un miliardario americano sembra che possieda una copia del testo in caratteri gotici.
· La Bibliothèque Nationale a Parigi è in possesso di un esemplare dell’edizione spagnola (XVII sec).
· La Miskatonic University di Arkham, Massachussets, possiede una copia dell’edizione spagnola (XVII sec).
· La Biblioteca dell’università di Buenos Aires possiede anch’essa una copia dell’edizione spagnola.
· La Widener Library di Harvard ha un’altra copia spagnola (XVII sec).
· La Biblioteca dell’Università di Lima nel Perù possiede una copia dell’edizione italiana.
· La Kester Library di Salem, Massachussets, custodisce una copia del Necronomicon in caratteri gotici.
· La Central Libray della California State University, Los Angeles, possiede una copia dell’edizione spagnola.
· In una collezione privata del Cairo si trova un esemplare dell’edizione italiana.
· La Biblioteca Vaticana possiede una copia del testo in caratteri gotici ed una dell’edizione italiana.
· In una Località sconosciuta della Cina, esiste una copia manoscritta del testo arabo.
Sicuramente esistono numerose altre copie presso dei privati.

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Versioni:

· Originale arabo: tre copie manoscritte risalenti al 730-738.
· Teodoro Fileta (traduzione greca): una copia manoscritta, risalente al 950, in Costantinopoli. Versione ricavata dal testo arabo.
· Olaus Wormius (traduzione latina): una copia manoscritta, del 1228 circa, nello Jutland. Versione ricavata dal testo greco di Fileta.
· John Dee (traduzione inglese) una copia manoscritta, del 1580, in Londra. La versione probabilmente è ricavata dal testo di Fileta.

Edizioni:

· Edizione tedesca: testo in latino, impresso in caratteri gotici, riproducente la versione di Olaus Wormius. Non ha data né luogo di pubblicazione: è stato stampato probabilmente a Norimberga alla fine del secolo XV.
· Edizione italiana: il testo è in greco, e riproduce la versione di Teodoro Fileta. Senza data né luogo di pubblicazione: è stato probabilmente stampato a Roma, intorno al 1567.
· Edizione spagnola: il testo in latino riproduce la versione di Olaus Wormius. Privo di data e di luogo di pubblicazione. Stampato probabilmente a Madrid, intorno al 1623.

Una leggenda sostiene che la vera versione del Necronomicon esista davvero e per riconoscerla sia sufficiente guardare la copertina del libro. Se essa fosse di pelle umana allora non ci sarebbero dubbi; sarebbe l’originale.


Resta tuttavia ancora il dubbio se sia realmente esistito o meno, se le copie che ci sono in giro siano un bluff, o realtà. Molti hanno provato ad usare le sue formule, pochi sono riusciti a superare le prove alle quali sono stati sottoposti.


C’è chi come Paracelso sostiene che basti la convinzione psicologica per fare accadere le cose, mentre per altri, invece, bisogna usare le formule corrette.

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Il pendolo di Foucault è il secondo romanzo dello scrittore italiano Umberto Eco. Pubblicato nel 1988 dalla casa editrice Bompiani (con cui ...

pendolo_foucaultIl pendolo di Foucault è il secondo romanzo dello scrittore italiano Umberto Eco. Pubblicato nel 1988 dalla casa editrice Bompiani (con cui Eco aveva già un pluridecennale rapporto), è ambientato negli anni della vita dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni '80.
Casaubon, l'io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista dell'editoria a Milano. Attraverso una serie di eventi, trova nel mito dei Cavalieri templari la sua vera raison d'être culturale e professionale.


Da tale mito tuttavia si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della cosiddetta civiltà occidentale. Attraverso la scoperta di questi filoni facciamo la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, alcuni buoni, altri meno, ma tutti interessati a qualcosa.


L'avidità di ottenere ciò che i vari protagonisti cercano manda in malora i buoni e i cattivi più deboli, per così dire. Casaubon, Belbo e Diotallevi, infatti, da un puro gioco traggono il Piano-Complotto la cui "sgangheratezza" (v. ciò che pensa del film Casablanca Umberto Eco) contribuisce a renderlo verosimile all'avido Agliè, in cerca di uno scopo verso cui indirizzare la società segreta paramassonica che capeggia.

Milano, tratteggiata con evidente nostalgia, e la campagna attorno ad Alessandria, in cui la nostalgia è un po' più artefatta, sono i luoghi italiani in cui si snoda il vissuto del libro e sono uno dei punti in comune tra Il Pendolo di Foucault e La misteriosa fiamma della regina Loana.


Parigi è insieme inizio e finale del narrato, il cui epilogo è però consumato da Casaubon nella rassegnata attesa dei suoi nemici in una stanza del vecchio casolare di Belbo.
Quest'ultimo aspetto è un tratto in comune ai cinque romanzi scritti da Eco: ciò che li rende autenticamente biografie, anche se fittizie, è il loro concludersi con la morte del protagonista-io narrante.


Il romanzo trae il titolo dal pendolo di Foucault, un pendolo libero di oscillare liberamente per molte ore: esso dimostra la rotazione terrestre.


Un esempio di pendolo di Foucault è al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, dove prende inizio il romanzo; alcune scene finali, inoltre, vedono protagonista una macabra rielaborazione del pendolo stesso.

Riassumere la trama de Il pendolo di Foucault è come voler compendiare il senso dell’universo in uno o due lepidi aforismi da cioccolatino.


Il Pendolo non ha una trama, non ha un tempo e non ha un’azione. E’ la storia di alcuni redattori milanesi, tra gli anni 70 e 80, e del loro sgangherato cotè lavorativo.


Ma è anche la storia di una colossale mistificazione che, ordita con avventata leggerezza, si trasforma in un inquietante scenario con un epilogo da granguignolle. Ed è anche la storia di una sola notte di tregenda: quella del 23 giugno 1984 e di una terribile soluzione finale.
E infine la storia di un’altra notte: quella del 27 giugno 1984, nella vecchia casa di campagna di uno dei protagonisti, dove tutto viene raccontato, dove tutto sembra finito e dove tutto deve (forse) ancora misteriosamente e ancora minacciosamente cominciare.
In tutte queste storie (e in altre che il Pendolo contiene) fanno la loro comparsa con livida livrea di convitati di pietra, una sterminata serie di personaggi, di storie, di miti, di leggende, provenienti da tutto il sapere storico, tutto il sapere cosmico e tutto il sapere ermetico: dai Templari, ai Rosacroce, dai Miti Celtici, ai Culti dell’antico Egitto, dal Santo Graal , ai Vangeli Apocrifi, da Napoleone a Hitler, a Cagliostro.

Foucault Pendolo zoom

Il Pendolo è una mirabolante, vertiginosa giostra di evoluzioni, tra misteri celati (o svelati), interpretati (o travisati), tra scienze occulte, società segrete complotti cosmici e… un Piano, il Piano! Quello che tre redattori editoriali si inventano per celia e per noia e che qualcuno prende molto, troppo e troppo pericolosamente sul serio.


Leggendo il Pendolo di Foucault vi si troverà molto più di ciò che è possibile raccontare. Vi si troveranno molti riferimenti e richiami che ciascuno saprà cogliere secondo la propria formazione e secondo la propria esperienza (Dante, Poe, Hammett, Joyce...) e soprattutto ci si divertirà, perché questo è davvero un libro, ancorché ponderoso, da divorare tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina.


C’è un difetto? Certo. Qualcuno ha scritto che gli manca la leggerezza. Assenza inevitabile e connaturata alla potenza delle suggestioni che emanano dal testo, potenza grave (mai greve), come talvolta deve essere l’Arte.


Si consiglia di cercare la leggerezza in Calvino o in Kundera. Ma se si desidera immergervi in qualche ora di puro godimento intellettuale, di divertimento intelligente, assorbente e coinvolgente come solo pochi scrittori al mondo sanno offrire, allora il Pendolo di Foucault del professor Eco Umberto da Alessandria fa per voi.

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Nel 1936, alla vigilia dei giochi olimpici di Berlino, l'America e il mondo intero assistono con preoccupazione all'irresistibile as...

giardino_belveNel 1936, alla vigilia dei giochi olimpici di Berlino, l'America e il mondo intero assistono con preoccupazione all'irresistibile ascesa di Hitler. Paul Schumann, killer d'origine tedesca al soldo di Lucky Luciano, catturato dall'FBI accetta, in cambio dell'immunità e della promessa di una nuova vita, la missione più azzardata della sua carriera: uccidere, durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, Reinhard Ernst, l'uomo chiave nella corsa agli armamenti del Terzo Reich.


Inviato a Berlino come cronista sportivo al seguito della squadra olimpica americana, Schumann ha quarantotto ore di tempo per compiere la sua missione. Ad attenderlo non c'è solo una città blindata da eccezionali misure di sicurezza, ma anche l'unico avversario capace di tenergli testa, l'implacabile detective Willy Kohl.


Con questo romanzo tra il thriller storico e la spy-story, il maestro della suspense sorprende il lettore per la nuova ambientazione e i due protagonisti memorabili.

Non appena entrò nell'appartamento poco illuminato, capì di essere un uomo morto.
Si asciugò le mani madide di sudore, si guardò attorno, la ca­sa era silenziosa come un obitorio e gli unici deboli suoni erano quelli del traffico notturno di Hell's Kitchen e della veneziana sudicia che veniva sospinta verso la finestra dal fiato caldo del ventilatore Monkey Ward.
In quella scena non quadrava niente.
Tutto sbagliato...
Malone avrebbe dovuto essere lì, sbronzo fradicio, a dormire per smaltire la sbornia. Ma non c'era. Non c'era nemmeno l'ombra di una bottiglia, nemmeno l'odore del bourbon, l'unico liquore che beveva quel delinquente. E sembrava che non fosse stato lì da un bel pezzo. La copia del Sun di New York abban­donata sul tavolo era vecchia di due giorni. Accanto al giornale c'erano un portacenere freddo e un bicchiere con un alone blua­stro di latte secco su un lato.
Accese le luci.
Be', comunque c'era una porta laterale, come aveva notato il giorno prima dal corridoio mentre ispezionava il posto. Ma era sbarrata. E la finestra che conduceva alla scala antincendio? Dio, era stata sigillata con ogni cura con della rete metallica che non era riuscito a scorgere dal vicolo. Certo, l'altra finestra era aperta ma era anche a più di dieci metri dal marciapiede.
Nessuna via d'uscita...
E dov'era Malone? si chiese Paul Schumann.
Malone era in fuga, Malone si stava facendo una birra nel Jer­sey, Malone era una statua con un basamento di cemento sotto un molo di Red Hook.
Non aveva importanza.
Qualunque cosa gli fosse accaduta, si rese conto Paul, quel delinquente ubriacone non era stato nient'altro che un'esca, e chi gli aveva detto che lo avrebbe trovato lì quella notte lo ave­va imbrogliato.
Fuori, in corridoio, un rumore furtivo di passi. Un tintinnio metallico.
Tutto sbagliato...

Paul appoggiò la pistola sull'unico tavolo della stanza, si tol­se di tasca il fazzoletto e si asciugò il volto. L'ondata di caldo ro­vente che proveniva dal Midwest aveva raggiunto New York. Ma nessuno poteva camminare tranquillamente per strada sen­za indossare una giacca quando, infilata nella cintola, aveva una Colt .45 del 1911, e così Paul era stato costretto a indossare un completo. Era un abito monopetto, a un solo bottone, di lino grigio. La camicia di cotone bianco era madida di sudore.
Altri passi in corridoio dove sicuramente si stavano prepa­rando per lui. Un sussurro, un altro tintinnio.
Paul pensò di guardare fuori dalla finestra ma temette che gli avrebbero sparato in faccia. Voleva una veglia funebre con la bara aperta e non conosceva nessun becchino bravo abba­stanza da riparare i danni causati da una pallottola o da dei pallini da caccia.

Ma chi lo voleva morto? si chiese.
Non era Luciano, naturalmente, l'uomo che lo aveva assol-dato per eliminare Malone. Non era nemmeno Meyer Lansky. Erano uomini pericolosi ma non dei traditori. Paul aveva sem­pre fatto lavori importanti per loro senza lasciare mai il minimo indizio che potesse collegarli a un'eliminazione. Inoltre, se uno dei due avesse voluto togliere di mezzo lui, non avrebbe certo avuto bisogno di organizzargli un lavoro fasullo. Lo avrebbe semplicemente fatto sparire.
Quindi, chi lo aveva incastrato? Che si trattasse di O'Banion o di Rothstein di Williamsburg o di Valenti di Bay Ridge, be', sa­rebbe morto nel giro di pochi minuti.
Se si trattava dell'elegante Tom Dewey, la sua morte non sa­rebbe stata così immediata: sarebbe durata il tempo necessario a farlo incarcerare e a farlo finire sulla sedia elettrica a Sing-Sing.
Altre voci dal corridoio. Altri clic, metallo che scorreva su al­tro metallo.
Tuttavia, osservando la situazione da un certo punto di vista,riflette Paul ironicamente, le cose continuavano ad andare a me­raviglia; dopotutto era ancora vivo.
E dannatamente assetato.
Raggiunse il Kelvinator e lo aprì. Tre bottiglie di latte - due delle quali cagliate - una confezione di formaggio Kraft e una di pesche Sunsweet. Alcune cola Royal Crown. Trovò un apribot­tiglie e tolse la capsula dalla bottiglietta della bibita.

Da qualche parte giungeva il suono di una radio accesa. Sta­va suonando Stormy Weather.
Tornò a sedersi al tavolo e si vide riflesso nello specchio pol­veroso appeso alla parete sopra un lavandino dallo smalto scheggiato. I suoi occhi azzurro chiaro non erano spaventati co­me avrebbero dovuto essere, si disse. Il suo volto però era stan­co. Era un uomo robusto: più di un metro e ottanta per oltre no­vanta chili. I capelli erano come quelli di sua madre, castano ros­sicci; la carnagione chiara, invece, l'aveva ereditata dagli ante­nati tedeschi di suo padre. La pelle era leggermente rovinata: non dal vaiolo ma dai segni di vecchie scazzottate e da quelli più recenti di guantoni EverLast. E anche dal cemento e dal tappe­to del ring.
Paul riflette sulla situazione. Se si fosse trattato di O'Banion o di Rothstein o di Valenti, be', a nessuno di loro importava un accidenti di Malone, un operaio pazzo dei cantieri navali che aveva cominciato a lavorare per la malavita e aveva ucciso la mo­glie di un poliziotto in modo particolarmente sgradevole. Aveva minacciato di riservare lo stesso trattamento a qualsiasi agente gli avesse creato problemi. Ogni boss della zona, da Brooklyn al Jersey, era rimasto scioccato da ciò che aveva fatto. Quindi se uno di loro avesse voluto eliminare Paul, perché non aspettare che facesse fuori Malone?

Questo significava che probabilmente si trattava di Dewey.
L'idea di essere rinchiuso in galera fino all'esecuzione era de­primente. Eppure, se doveva dire la verità, in fondo al cuore Paul non era così distrutto al pensiero di essere arrestato. Come gli capitava da bambino quando impulsivamente si metteva a fa­re a botte con ragazzi due o tre volte più grossi di lui e presto o tardi finiva per prendersela con i tizi sbagliati, ritrovandosi con un osso rotto. Aveva sempre saputo che gli sarebbe capitato lo stesso con la sua attuale carriera, che alla fine un Dewey o un O'Banion lo avrebbero tolto di mezzo.
Ripensò a una delle espressioni preferite di suo padre: "II so­le tramonta comunque, sia sul giorno migliore sia sul giorno peggiore". L'uomo paffuto faceva schioccare le sue bretelle co­lorate e aggiungeva sempre: "Coraggio, domani è un nuovo giorno e inizia una nuova corsa".
Paul trasalì al suono del telefono.
Fissò l'apparecchio di bachelite nera per un lungo istante. Al settimo squillo, o all'ottavo, rispose: "Sì?"
"Paul", disse una voce giovane in tono secco. Non aveva l'ac­cento del quartiere.
"Sai con chi stai parlando."
"Sono in fondo al corridoio, in un altro appartamento. Qui siamo in sei. Ce ne sono altrettanti in strada. "
Dodici? Paul si sentì invadere da una strana calma. Non po­teva fare nulla contro dodici uomini. In un modo o nell'altro lo avrebbero preso. Bevve un altro sorso di Royal Crown. Era ma­ledettamente assetato. Il ventilatore non faceva altro che spo­stare il caldo da una parte all'altra della stanza. Chiese: "Lavori per i ragazzi di Brooklyn o per quelli del West Side? Sono cu­rioso".
"Ascoltami, Paul. Ora ti dirò che cosa farai. Tu hai solo due pistole con te, giusto? La Colt. E quella piccola ventidue. Le al­tre sono nel tuo appartamento, non è così?"
Rise. "Esatto."
"Adesso le scaricherai e lascerai aperto il carrello della Colt. Poi andrai afta finestra che non è sbarrata e le getterai fuori. Quindi ti toglierai la giacca, la lascerai cadere sul pavimento, aprirai la porta e ti fermerai al centro della stanza con le mani al­zate. Ricordati di alzarle bene. "
"E voi mi sparerete", replicò lui.
"Stai comunque vivendo del tempo che non ti spetta, ma se fai quello che ti dico, potresti restare vivo ancora un po'."

L'uomo riagganciò.
Paul lasciò cadere il ricevitore sulla forcella. Rimase seduto immobile per un attimo. Ripensò a una notte piacevole di qual­che settimana prima. Lui e Marion erano andati a Coney Island a giocare a minigolf, a mangiare hot dog e a bere birra per rin­frescarsi nel gran caldo. Per scherzo, lei lo aveva trascinato da un'indovina del parco di divertimenti. La finta zingara gli aveva letto le carte e gli aveva detto molte cose. Tuttavia la donna non aveva colto quel particolare evento, che senz'altro avrebbe do­vuto comparire in qualche modo nella lettura se fosse valsa quello che era costata.

Marion... Non le aveva mai detto ciò che faceva per vivere. Solo che era proprietario di una palestra e che di tanto in tanto faceva affari con gente dal passato discutibile. Ma mai niente di più. D'improvviso si rese conto che aveva cominciato a pensare a un futuro di qualche genere assieme a lei. Lavorava come bal­lerina in un locale del West Side, e durante il giorno studiava moda per diventare stilista. In quel momento doveva essere al lavoro; di solito non smetteva prima dell'una o delle due del mattino. Come sarebbe riuscita a scoprire ciò che gli era suc­cesso?

Se si trattava di Dewey, con ogni probabilità avrebbe potuto chiamarla.
Se si trattava dei ragazzi di Williamsburg, niente telefonate. Niente di niente.
Il telefono riprese a squillare.
Paul lo ignorò. Sfilò il caricatore della sua grossa pistola e tol­se il colpo in canna, quindi tolse le cartucce dal revolver. Andò alla finestra e gettò fuori entrambe le pistole. Non le sentì atter­rare.
Mentre finiva la bibita gassata, si liberò dalla giacca, la lasciò cadere sul pavimento. Si incamminò verso la porta, poi esitò. Tornò al Kelvinator e prese un'altra Royal Crown. La bevve. Si asciugò di nuovo il volto, andò ad aprire la porta d'ingresso, fe­ce qualche passo indietro e sollevò le braccia.
Il telefono smise di squillare.

"Questo posto viene chiamato La Stanza", disse l'uomo dai ca­pelli grigi che indossava un'uniforme bianca perfettamente sti­rata, accomodandosi su un piccolo divano.
"Non sei mai stato qui", aggiunse sicuro di sé, con un tono che significava che non c'era spazio per le discussioni. Conti­nuò: "E non ne hai mai nemmeno sentito parlare".
Erano le undici. Avevano portato lì Paul direttamente dalla casa di Malone. Era un palazzo privato nell'Upper East Side, anche se la maggior parte delle stanze del pianoterra erano oc­cupate da scrivanie, telefoni e macchine telescriventi, come se si fosse trattato di una serie di uffici. Soltanto nel salotto c'era­no divani e poltrone. Alle pareti erano appese fotografie di na­vi vecchie e nuove. In un angolo c'era un mappamondo. Un ri­tratto di Franklin Delano Roosevelt fissava Paul da un punto sopra la mensola del caminetto. La stanza era meravigliosa­mente fresca. Una casa privata con tanto di aria condizionata. Incredibile.

Ancora ammanettato, Paul era stato depositato su una como­da poltrona di pelle, I due giovani uomini che lo avevano scor­tato fuori dall'appartamento di Malone, a loro volta vestiti con uniformi bianche, sedevano accanto a lui, leggermente indietro. Quello che gli aveva parlato al telefono si chiamava Andrew Avery, un uomo dalle guance rosee e dagli occhi determinati e attenti. Erano occhi da pugile, anche se Paul sapeva che il gio­vane non era mai stato coinvolto in una scazzottata in vita sua. L'altro era Vincent Manielli, scuro, con una voce che rivelava che probabilmente era venuto su nella stessa parte di Brooklyn in cui era cresciuto anche Paul. Manielli e Avery non sembrava­no molto più grandi dei ragazzini che giocavano a baseball da­vanti a casa sua, e invece erano, incredibilmente, tenenti di va­scello della marina. Quando Schumann era stato in Francia, i tenenti da cui aveva preso ordini erano uomini, adulti.
Le loro pistole erano nelle fondine ma le chiusure di cuoio erano aperte e i due tenevano le mani vicino alle armi.
L'ufficiale anziano, seduto davanti a lui sul divano, era di gra­do piuttosto alto: un capitano di fregata, sempre che il signifi­cato delle mostrine sulla sua uniforme non fosse cambiato negli ultimi vent'anni.
La porta si aprì ed entrò una donna attraente che indossava un'uniforme bianca. La targhetta sulla camicia diceva che si chiamava Ruth Willets. Porse un fascicolo all'ufficiale. "Qui c'è tutto."
"Grazie, sottufficiale."

Mentre la donna se ne saldava senza degnare Paul di uno sguardo, l'ufficiale aprì il fascicolo, estrasse due sottili fogli di carta e li lesse con attenzione. Quando ebbe finito, sollevò lo sguardo. "Sono James Gordon. Ufficio dell'Intelligence della Marina. Tutti mi chiamano Bull."
"Questo è il vostro quartier generale?" domandò Paul. "'La Stanza?" .

l comandante lo ignorò e lanciò un'occhiata agli altri due. "Voi vi siete già presentati?"
"Signorsì."
"Non ci sono stati problemi?"
"Nessuno, signore. " Era Avery che stava rispondendo.
" Toglietegli le manette. "

Avery obbedì mentre Manielli rimase in piedi con la mano vi­cino alla pistola, osservando con aria tesa le nocche nodose di Paul. Anche Manielli aveva le mani da combattente. Quelle di Avery invece erano rosee come quelle di un commesso di mer­ceria.
La porta venne spalancata di nuovo e fece il suo ingresso un uomo ancora più anziano. Doveva avere più di sessant'anni ma era snello e alto come quel giovane attore che lui e Marion ave­vano visto in un paio di film, Jimmy Stewart. Paul si accigliò. Conosceva quel volto, lo aveva visto sul Times e suH'Herald Tri­bune.
"Senatore?"
L'uomo rispose, ma a Gordon: "Avevi detto che era sveglio. Non sapevo che fosse anche bene informato". Come se non fos­se contento di essere stato riconosciuto. Il senatore squadrò Paul dalla testa ai piedi, si sedette e si accese un grosso sigaro.

Dopo un istante, entrò anche un'altra persona, all'incirca del­la stessa età del senatore, che indossava un completo di lino bianco malamente spiegazzato. Aveva una corporatura massic­cia e morbida. Portava un bastone da passeggio. Lanciò un'oc­chiata a Paul poi, senza rivolgere la parola a nessuno, si ritirò in un angolo della stanza. Anche lui aveva un'aria familiare, ma Paul non riusciva a ricordare chi fosse.
"Ora", continuò Gordon. "Questa è la situazione, Paul. Sappiamo che hai lavorato per Luciano, sappiamo che hai la­vorato per Lansky, e per un paio d'altri. E sappiamo che cosa fai per loro. "
"Già, e cosa?"
"Sei un sicario, Paul", aggiunse Manielli in tono squillante, come se non avesse aspettato altro.
Gordon disse: "Lo scorso marzo Jimmy Coughlin ti ha visto... " Aggrottò le sopracciglia. "Come dite voi? Non 'uccidere'..."

Paul pensò: Alcuni di noi dicono "freddare". Lui preferiva "eliminare". Era il termine che il sergente Alvin York usava per descrivere l'uccisione di soldati nemici durante la guerra. Schumann si sentiva meno delinquente usando un termine utilizzato da un eroe di guerra. Ma, naturalmente, non condivise nessuno di questi pensieri con gli altri.
Gordon proseguì: "Jimmy ti ha visto uccidere Arch Dimici il 13 marzo in un magazzino lungo l'Hudson".
Paul era rimasto fuori dal posto per quattro ore prima che Di­mici si facesse vivo. Era certo che l'uomo fosse da solo. Jimmy doveva essersi addormentato dietro a una cassa per farsi passa­re la sbornia quando Paul era arrivato.

"Ora, da quello che mi dicono, Jimmy non è il testimone più affidabile. Ma abbiamo alcune prove. Alcuni impiegati dell'uf­ficio delle imposte lo hanno arrestato per aver venduto alcool di contrabbando e lui ha fatto un accordo con loro per raccoglie­re informazioni sul tuo conto. A quanto pare aveva trovato un bossolo sulla scena del delitto e lo teneva come polizza di assi­curazione. Sul bossolo non c'erano le tue impronte: sei troppo in gamba per commettere un errore simile. Ma gli uomini di Hoover sono in città. Hanno analizzato la tua Colt. I graffi la­sciati dall'estrattore sono gli stessi."
Hoover? Era coinvolta anche l'FBl? E avevano già esaminato la sua pistola. Lui l'aveva gettata dalla finestra dell'appartamen­to di Malone meno di un'ora prima.


Paul digrignò i denti. Era furioso con se stesso. Era rimasto a cercare quel dannato bossolo per mezz'ora e alla fine si era det­to che doveva essere finito nell'Hudson scivolando attraverso una spaccatura nel pavimento.
"Così abbiamo fatto qualche indagine e abbiamo scoperto che ti avevano pagato cinquecento dollari per..." Gordon esitò.
Eliminare.
"... togliere di mezzo Malone stanotte."
"Neanche per sogno", replicò Paul scoppiando a ridere. "Siete stati informati male. Io sono solo andato a trovarlo. A proposito, che fine ha fatto?"
Gordon fece una pausa. "Il signor Malone non rappresenterà più una minaccia per la polizia o per i cittadini di New York."
"Sembra che qualcuno debba a lei quei cinquecento dollari."
Ma Gordon non rise. "Sei nei guai fino al collo, Paul, e non puoi farla franca. Però noi abbiamo un'offerta da farti. Come di­cono in quelle pubblicità delle Studebaker usate: è un'offerta ir­ripetibile. Prendere o lasciare. Non negoziamo."


II senatore finalmente parlò: "Tom Dewey ti vuole a tutti i co­sti, proprio come vuole il resto dei delinquenti sulla sua lista".
Il procuratore speciale si sentiva investito della missione di­vina di fare piazza pulita del crimine organizzato di New York. Il boss del crimine Lucky Luciano, le Cinque Famiglie italiane della città e il sindacato ebraico di Meyer Lansky erano i suoi bersagli principali. Dewey era spieiato e instancabile e stava vin­cendo, arresto dopo arresto.
"Tuttavia ha accettato di concederci il diritto di prelazione su dite."
"Scordatevelo. Non sono disposto a diventare un informato­re."
"Non è questo che ti stiamo chiedendo. Non è di questo che si tratta."
"E allora che cosa volete che faccia per voi?"
Un attimo di silenzio. Il senatore fece un cenno del capo in dirczione di Gordon che disse: "Tu sei un sicario, Paul. Che co­sa credi? Vogliamo che tu uccida qualcuno".

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