La Strada è un romanzo post apocalittico dello scrittore statunitense Cormac McCarthy pubblicato nel 2006.  Il romanzo ha vinto il James...

La Strada è un romanzo post apocalittico dello scrittore statunitense Cormac McCarthy pubblicato nel 2006.

 Il romanzo ha vinto il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2006 e il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007. Da esso è stato tratto un film, The Road (2009).

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita.

Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose hanno un certo valore: un carrello del supermercato con che riescono a rimediare, un telo per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo.

E poi il bene più prezioso: se stessi e il oro reciproco amore.
Leggi anche: Cormack McCarthy fa parte dei magnifici quattro della narrativa statunitense.
«Ce la caveremo, vero, papa?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male,
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Si. Perché noi portiamo il fuoco,»

«Guardati intorno, - disse. - Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, ave­vate ragione».

Che cosa resta quando non c'è più un dopo perché il dopo è già qui ?

Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno pro­spettato inferni d'acqua e di fuoco e al­dilà celesti, fini irrevocabili e nuove na­scite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito.

Nell'insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realisti­co di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e sen­za meta, dentro una natura ridotta a in­volucro asciutto, fra le vestigia paurosa­mente riconoscibili di un mondo svuo­tato e inutile.

Restano dunque, su questa strada, es­seri umani condannati alla sopravviven­za, la loro quotidiana ordalia per soddi­sfare i bisogni insopprimibili e cancella­re gli altri, la furia dell'umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piace­re dell'essere vivi; restano i cristalli pu­rissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intesso­no fra loro e con gli altri, ridotte all'e­strema essenza nella ferocia come nella tenerezza.

E restano le parole, splendide, preci­se, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà».

Resta dell'altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabi­lità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, per­ciò, uno sguardo discreto in avanti e for­se in alto, oltre a quello nostalgico vol­tato a rimirare il regno dell'uomo cosi co­me lo conosciamo.

In questa risposta di McCarthy - epi­ca, elegiaca, mitica, profetica, strazian­te, universale - resta perfino l'impreve­dibile: un'affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

Trama.
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambi­no che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e gior­ni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua ma­no si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

Si tol­se di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era. Nel sogno da cui si era svegliato va­gava in una caverna con il bambino che lo guidava tenen­dolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come vian­danti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito.

Profonde gole di pietra dove l'acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ri­trovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fis­sava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi co­me le uova dei ragni.

Dondolava la testa appena sopra il pelo dell'acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata li, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle roc­ce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervel­lo che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondola­va la testa da una parte all'altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nel­l'oscurità.

Con la prima luce grigiastra l'uomo si alzò, lasciò il bam­bino addormentato e usci sulla strada, si accovacciò e stu­diò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lì non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno.

Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell'oscu­rità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l'asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento.

Un filo di fumo. Abbas­sò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal vi­so, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zo­na circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in ma­no a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua ga­ranzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Quando tornò dal bambino lo trovò che dormiva anco­ra. Gli tolse di dosso il telo azzurro, lo ripiegò e lo portò fino al carrello del super mercato, ce lo infilò e tornò con i piatti, qualche focaccina di mais dentro una busta e una bottiglietta di plastica piena di sciroppo. Stese a terra il piccolo telo impermeabile che usavano come tavolo e ap­parecchiò, si sfilò la pistola dalla cintura, la posò sul telo e restò a guardare il bambino che dormiva.

Nel sonno si era tolto la mascherina, che era sepolta da qualche parte in mezzo alle coperte. Posò lo sguardo sul bambino e poi lo lasciò vagare fra gli alberi verso la strada. Quello non era un posto sicuro. Adesso che era giorno dalla strada li si poteva vedere. Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprì gli occhi.

Ciao papa, disse.
Sono qui.
Lo so.

Un'ora dopo erano sulla strada. Lui spingeva il carrel­lo e avevano entrambi uno zaino in spalla. Negli zaini c'e­rano le cose essenziali. Casomai avessero dovuto abban­donare il carrello e fuggire. Alla maniglia del carrello era attaccato un retrovisore da motocicletta cromato che l'uo­mo usava per tenere d'occhio la strada dietro di loro. Si risistemò lo zaino sulle spalle e scrutò la terra devastata in lontananza. La strada era deserta.

Sotto di loro, nella pic­cola valle, la serpentina grigia e quieta di un fiume. Preci­sa e immobile. Lungo la riva un ammasso di canne morte. Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuì. Poi si in­camminarono sull'asfalto in una luce di piombo, struscian­do i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro.

Attraversarono il fiume su un vecchio ponte di cemen­to e dopo qualche chilometro arrivarono a una stazione di servizio. Si fermarono a osservarla dalla strada.

Pen­so che dovremmo andare a vedere, disse l'uomo. Giusto un'occhiata. Si aprirono un varco fra le erbacce che si sbri­ciolavano al loro passaggio. Attraversarono il piazzale di asfalto crcpato e trovarono il serbatoio dei distributori. Il coperchio non c'era più e l'uomo si buttò a terra pun­tellandosi sui gomiti per annusare il condotto, ma l'odo­re di benzina era solo un accenno, vago e stantio. Si rialzò e studiò il fabbricato. Le pompe erano ancora in piedi, con i tubi di gomma stranamente al loro posto. Le vetrate intatte. La porta che dava sull'officina era aperta e lui en­trò. Appoggiato a una parete c'era un armadietto di me­tallo per gli attrezzi. Rovistò nei cassetti ma non ci trovò niente di utile.

Alcune bussole da mezzo pollice in buone condizioni. Un cricchetto. Rimase nel garage a guardarsi intorno. Uri fusto di metallo pieno di spazzatura. Passò nell'ufficio. Polvere e cenere ovunque. Il bambino era in piedi sulla soglia. Una scrivania metallica, un registratore di cassa. Vecchi manuali automobilistici, zuppi e gonfi d'acqua. Il linoleum era macchiato e ondulato per via del­le infiltrazioni dal tetto. L'uomo andò alla scrivania ed esitò. Poi alzò la cornetta del telefono e fece il numero di casa di suo padre di tanto tempo prima. Il bambino lo os­servava. Cosa stai facendo?, disse.

Cinquecento metri più avanti l'uomo si fermò in mez­zo alla strada e si voltò a guardare. Che stupidi, disse. Dob­biamo tornare indietro. Spinse il carrello oltre il bordo del­la strada e lo coricò su un fianco in un punto dove non si vedeva, posarono gli zaini e tornarono alla stazione di ser­vizio. Nell'officina prese il fusto di metallo, lo inclinò e tirò fuori tutti i flaconi d'olio da un litro. Poi si sedettero sul pavimento a svuotarli dei sedimenti uno per uno, e li lasciarono sgocciolare a testa in giù dentro una bacinella finché si ritrovarono con poco meno di mezzo litro d'olio per motori. L'uomo avvitò il tappo di plastica, asciugò la bottiglia con uno straccio e la soppesò con una mano. Olio da usare per quella maledetta lampada, che rischiarasse i lunghi crepuscoli lividi, le lunghe albe grigie. Così puoi leggermi una storia, disse il bambino. Non è vero, papa? Certo, disse lui. Certo che te la leggo.

Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cene­re che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo pia­no nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lascia­ti a metà.

Più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tut­to come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intempe­rie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel ven­to a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui. L'uomo gli mise una mano sulla spalla e fece un cenno verso la campagna che si stendeva ai loro piedi.

Pe­scò il binocolo nel carrello e dalla strada osservò la pianu­ra là sotto, dove i contorni di una città emergevano nel gri­giore come i tratti di un disegno a carboncino su un pae­saggio desolato. Niente da vedere. Niente fumo. Posso guardare?, disse il bambino. Si. Certo che puoi. Il bambi­no si appoggiò al carrello e regolò il binocolo. Che cosa ve­di?, disse l'uomo. Niente. Il bambino abbassò il binoco­lo. Sta piovendo. Sì, disse l'uomo. Lo so.

Lasciarono il carrello in un fosso, coperto dal telo di pla­stica, e risalirono il pendio fra i tronchi scuri degli alberi fino a un punto dove lui aveva scorto un lungo cornicione di roccia. Si sedettero al riparo della sporgenza e guarda­rono gli scrosci di pioggia grigia abbattersi sulla valle. Fa­ceva molto freddo. Sedevano stretti l'uno all'altro, entram­bi avvolti in una coperta sopra il giaccone, e dopo un po' la pioggia cessò e rimase soltanto lo sgocciolio nei boschi.

Quando l'acquazzone fu passato scesero al carrello, tol­sero il telo di plastica e recuperarono le coperte e l'occor­rente per la notte. Salirono di nuovo sulla collina e si accam­parono sulla terra asciutta sotto le rocce; l'uomo si sedette e abbracciò il bambino nel tentativo di scaldarlo.

Avvolti nelle coperte aspettarono che quell'oscurità senza nome li coprisse col suo manto. Al calar della notte la sagoma gri­gia della città svanì come un fantasma e lui accese la picco­la lampada e la sistemò al riparo dal vento. Poi si rimisero in marcia e tenendosi per mano raggiunsero la sommità del­la collina, il punto più alto della strada da dove potevano spaziare sul territorio a sud che imbruniva, in piedi nel ven­to, avvolti nelle coperte, in cerca di qualche traccia di falò o di luci.

Non c'era niente. La loro lampada fra le rocce sul fianco della collina era poco più di una pagliuzza di luce, e dopo un po' tornarono indietro. Era tutto troppo umido per accendere un fuoco. Consumarono il loro misero pasto senza scaldarlo e si stesero ciascuno nel proprio giaciglio con la lampada nel mezzo. L'uomo si era portato dietro il libro del bambino, ma il bambino era troppo stanco per ascoltarlo leggere.

Possiamo lasciare la lampada accesa fin­ché non mi addormento?, disse.

Si. Certo che possiamo.

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Nell'Archivio Segreto Vaticano sono conservati mille anni di documenti: la confessione di Galileo, l'ultima lettera di Maria Stuarda...

Nell'Archivio Segreto Vaticano sono conservati mille anni di documenti: la confessione di Galileo, l'ultima lettera di Maria Stuarda, il trattato firmato tra la Chiesa e Napoleone Bonaparte a Tolentino, la stesura originale del terzo segreto di Fatima... Ma perché il pontefice Clemente XV trascorre lunghe ore nell'archivio per riemergerne poi angosciato e afflitto?

La risposta forse sta nella missione che il papa decide di assegnare a monsignor Colin Michener, suo segretario e amico di lunga data.

Michener dovrà consegnare una missiva a padre Tibor, al quale Giovanni XXIII aveva affidato il compito di tradurre dal portoghese il terzo segreto di Fatima.

La preoccupazione si trasforma in terrore quando l'anziano prete viene ucciso.

Fatima, 13 luglio 1917.
La Signora, avvolta in un bagliore che sembra risplendere più del sole, appare a tre poveri pastorelli e affida loro il suo messaggio. La gente si affolla intorno ai tre ragazzini, ansiosa di conoscere le parole della Vergine.

Ma loro continuano soltanto a ripetere: "È un segreto... È un segreto..." Città del Vaticano, oggi. Clemente XV è vecchio e stanco. Sa bene di essere soltanto un papa di "transizione" ed è consapevole del fatto che, tra i cardinali, sono già in atto silenziose manovre per individuare il suo successore, manovre che si orientano soprattutto sul cardinale Alberto d'Andrea, il segretario di Stato, un uomo di enorme potere e influenza.

Ma c'è un altro problema che lo opprime e che sembra indurlo a scendere sempre più spesso nella Riserva, la stanza dell'Archivio Segreto Vaticano alla quale solo il papa può accedere. Colin Michener, suo fidato segretario e amico, ha da tempo avvertito l'inquietudine del pontefice ed è dunque con una certa preoccupazione che accetta di portare a termine una missione riservata: deve recarsi subito in Romania e portare un messaggio ad Andrej Tibor, il prete che ha tradotto il testo del terzo segreto di Fatima e lo ha consegnato nelle mani di Giovanni XXIII.

Ma quello che Michener non sospetta è che d'Andrea è a conoscenza dei tormenti del papa e vuole avvantaggiarsene nella corsa al soglio pontificio: l'ambizioso cardinale convince Katerina Lew, la donna che ha vissuto un'intensa e ambigua storia d'amore con l'allora giovane Michener, a riallacciare i rapporti col segretario papale per poterlo sorvegliare.

Nel frattempo, Michener incontra padre Tibor, che gli consegna una lettera per Clemente XV e con poche parole enigmatiche getta una luce sinistra sul 'vero' significato del terzo segreto, su qualcosa di 'diverso' dall'interpretazione resa pubblica da Giovanni Paolo II.

Intrappolato in una rete d'inganni, di tradimenti e di delitti, Michener si rende subito conto che quel mistero può decidere il futuro della Chiesa e inizia così una ricerca che lo porterà dagli archivi vaticani a Medjugorje, in Bosnia, fino alla città natale di Clemente, in Germania.


Ma fino a che punto può spingersi un uomo di chiesa per compiere la volontà di Dio?
Dalla moltitudine si levarono le grida di una donna, che chiamava Lucia e i suoi cugini impostori, giurando che Dio si sarebbe vendicato del loro sacrilegio.

Manuel Marto, zio di Lucia e padre di Giacinta e Francesco, era in piedi dietro di lo­ro e Lucia lo udì mentre intimava alla donna di tacere. Manuel Marto godeva di un grande rispetto in tutta la vallata: era un uomo che aveva visto il mondo, ben oltre la Serra da Aire che circonda la regione.

Quando guardava quei dolci occhi marro­ni e vedeva i suoi modi mansueti, Lucia si sentiva confortata. Era un bene che lui fosse li, accanto a lei, in mezzo a tutti que­gli sconosciuti.

La fanciulla si sforzò di non far caso a nessuna delle parole che le venivano urlate, concentrò i propri sensi sul profumo di menta, sull'aroma di pino e sulla pungente fragranza di ro­smarino selvatico. Tutti i pensieri, e ora anche lo sguardo, era­no rivolti alla Signora che fluttuava dinanzi a lei.

Solo lei, Giacinta e Francesco potevano vedere la Signora, ma solo lei e Giacinta erano in grado di udirne le parole. Che cosa strana, pensava Lucia, che Francesco fosse escluso.

Durante la prima visita la Signora aveva detto molto chiara mente che Francesco sarebbe andato in cielo solo dopo aver recitato molti rosari.

A partire da quel momento, erano stati travolti da un mare incessante di domande, divenendo oggetto della derisione da parte dei non credenti.

La madre di Lucia l'aveva sino portata dal parroco, per costringerla a confessare tutta una bugia.

Dopo aver ascoltato le sue parole, il prete aveva sentenziato che non era possibile che Nostra Signora fosse scesa dal cielo solo per dire che bisogna recitare il rosario tutti i giorni.

Soltanto quando rimaneva sola, Lucia trovava conforto; allora si abbandonava liberamente alle lacriime versate per se stessa e per il mondo.

Stava calando l'oscurità, e gli ombrelli che la folla aveva usato per ripararsi dal sole cominciavano a chiudersi. Lucia si alzò in piedi e gridó: "Toglietevi i cappelli! Vedo la Nostra Signora"


La vera storia:


Il terzo segreto di Fatima consiste, secondo la Chiesa cattolica, in un messaggio segreto che la Vergine Maria avrebbe consegnato ai tre pastorelle a cui sarebbe apparsa, a Fatima (in Portogallo), a partire dal 13 maggio 1917. La trascrizione delle prime due parti del segreto fu nella terza memoria di Suor Lucia, il 31 agosto 1941: le altri due pastorelle, Giacinta e Francisco erano morti infatti subito dopo la prima guerra mondiale. Nella successiva stesura, l'8 dicembre dello stesso anno, Suor Lucia vi aggiunse qualche annotazione. La terza parte fu scritta su ordine del Vescovo di Leiria il 3 gennaio 1944.

Fino al 2000, anno in cui la Chiesa cattolica lo rese pubblico per volontà di papa Giovanni Paolo II, solo il cardinal Joseph Ratzinger aveva mostrato di conoscere il segreto oltre al Papa e Suor Lucia, dichiarando nel 1996 ad una radio portoghese che non c'era nulla di preoccupante nel segreto, e che rimaneva tale per evitare di confondere la profezia religiosa con il sensazionalismo.

Giovanni Paolo II aveva una speciale devozione nei confronti della Madonna di Fatima. Egli in particolare riteneva che la Madonna stessa fosse intervenuta per fermare il proiettile durante l'attentato di cui era stato vittima, nel 1981, impedendo che raggiungesse direttamente il cuore, uccidendolo.

Il terzo segreto è stato perciò interpretato, alla luce di questi eventi, come riguardante principalmente la persecuzione dei cristiani fino al tentativo di uccisione di un «...vescovo vestito di bianco» che i veggenti di Fatima ebbero «...il presentimento che fosse il Santo Padre».

Va però precisato che il testo del messaggio è molto ambiguo e povero di riferimenti concreti a fatti storici o biografici, tali da renderne impossibile una attribuzione certa e indubitabile, tanto che nel documento vaticano la congregazione per la dottrina della fede stessa fornisce solamente "un tentativo di interpretazione del «segreto» di Fatima".


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